A seguito della crisi del 2007 è riemersa l’importanza del funding bancario e della liquidità. Infatti, diverse banche, nonostante fossero in linea con i requisiti di patrimonializzazione del periodo pre-crisi, hanno incontrato numerose difficoltà. A quel punto, per evitare crisi sistemiche e perdita di fiducia nei confronti del sistema bancario, le autorità nazionali e sovranazionali sono intervenute con il bail-out, fornendo quindi liquidità e supporto finanziario.

Ma quando parliamo di bail-out, cosa intendiamo con esattezza?
Il bail-out, o salvataggio pubblico, prevede che quando una banca sia in una situazione di crisi, dinatura sistematica, lo Stato deve intervenire per minimizzare le esternalità negative derivanti da quella crisi.

“Stato” sta a significare che tutti i cittadini attraverso l’imposizione fiscale, e quindi non solo coloro che hanno rapporti con la banca, si fanno carico del salvataggio delle banche: in sostanza tutti i contribuenti.

Durante gli anni della crisi, circa 115 banche hanno beneficiato del sostegno pubblico. Gli aiuti principali dello Stato si sono tradotti nelle garanzie contro l’insolvenza sul debito bancario, con un picco nel 2009 con circa 835 miliardi di euro, pari a circa il 7% del PIL dell’UE. Il secondo canale più utilizzato è stata l’iniezione di capitale pubblico nelle banche sottocapitalizzate. Si parla di circa 413 miliardi di euro di nuovo capitale fornito alle sole banche in difficolta tra il 2008 e il 2013.

Questi numeri fanno riflettere. È sicuramente vero che se lo Stato non fosse accorso in aiuto ci sarebbero state delle conseguenze drammatiche, ma è anche vero che i salvataggi pubblici possono avere un effetto destabilizzante sulle finanze pubbliche e sul debito sovrano. Inoltre, il bail-out è una fonte di moral hazard; infatti molte banche, soprattutto quelle più grandi definite “too big to fail”, tendono ad assumere rischi eccessivi sicuri del fatto che le autorità non le lascino fallire. Questa è stata una delle cause della grave crisi del 2007.
Tutte queste preoccupazioni hanno portato alla definizione della direttiva BRRD e del bail-in.

L’Europa elabora un “piano B”: la nuova direttiva “BRRD” e il “bail-in”.
La direttiva 2014/59/UE, detta Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD) è ufficialmente operativa dal 1° gennaio 2015, ad eccezione del bail-in che andrà in vigore solo dopo un anno esatto.

Tale direttiva va a considerare le banche come normali imprese, e se quindi non meritano di stare sul mercato, possono essere lasciate fallire senza che lo Stato intervenga.

Tale strumento si basa su un radicale ripensamento su chi debba sostenere i costi di una banca in crisi. In particolare, in caso di fallimento o di rischio di fallimento di un istituto creditizio i suoi azionisti e i suoi creditori contribuiscono al salvataggio seguendo una specifica gerarchia di coinvolgimento, come descritto nella figura 1.

I primi titoli ad essere coinvolti sono le azioni e gli altri titoli assimilabili alle azioni (definite quasi-equity). Se i primi non bastassero nella copertura dei costi della crisi intervengono al secondo livello i possessori di obbligazioni subordinate. A seguire, al terzo livello, troviamo le obbligazioni ordinarie non subordinate e non garantite. Per ultimo troviamo i depositi bancari bail-inable, cioè solo quelli di importo eccedenti i 100.000€, secondo quanto preposto dal sistema di garanzia dei depositi.

Rimangono esclusi, invece, le obbligazioni garantite, i beni situati in cassette di sicurezza, depositi di strumenti finanziari in conto titoli e ovviamente i depositi bancari meritevoli di protezione per importi fino a 100.000€.

Figura 1: Gerarchia bail-in.

Fonte: Elaborazione personale.

Il bail-in ha, quindi, lo scopo di contrastare la doppia minaccia di perturbazione sistemica e di un aumento del debito sovrano in quanto il salvataggio non avviene mediante fondi pubblici.

Quindi, con il bail-in, lo Stato e i singoli cittadini escono totalmente di scena?
Ovviamente no, l’iniezione di fondi pubblici non sarà eliminata del tutto, ma usata unicamente laddove sussista un rischio di collasso sistemico. Questa clausola sicuramente ne ridurrà drasticamente il valore e la frequenza. Un caso attuale di intervento dello Stato è avvenuto, negli ultimi mesi, con la Banca Popolare di Bari.

Il bail-in quindi risolve completamente i problemi?
No, il bail-in nonostante sia molto superiore al bail-out, in caso di fallimenti idiosincratici, non è comunque immune da rischi importanti.

Primo tra tutti l’innesco di un processo di bail-in potrebbe creare una fuga dei capitalie un aumento dei costi di finanziamento ogni volta che risulti evidente la necessità di ricapitalizzazione.

Infatti, i creditori, avvertendo la possibilità di un round di bail-in in anticipo, saranno fortemente propensi a prelevare i depositi, vendere debiti o coprire le proprie posizioni attraverso la vendita allo scoperto di azioni. Tutte queste azioni, che potranno essere intraprese dai creditori, possono essere molto dannose non solo per l’istituzione bancaria singola caduta in disgrazia, ma anche per tutto il sistema bancario minando la fiducia del mercato.

In un regime in cui è valido il bail-in, non solo i depositanti, ma anche le controparti finanziarie se notano che ci sono pochi titoli bail-inable nel portafoglio di una banca possono decidere di investire altrove i loro capitali. Se questi fuggono, a catena anche i possessori di titoli azionari e obbligazionari tenteranno di vendere le loro posizioni e, nel loro tentativo, renderanno poco attraente la banca agli occhi del mercato tale da rendere difficoltoso l’opzione di raccogliere nuovi fondi o di rinnovare le obbligazioni in scadenza. In questo modo il credito bancario subirebbe un notevole declino, il valore delle attività crollerebbe, aumentando quindi notevolmente il rischio di solvibilità anche delle altre banche. Quindi, escludere i depositanti meritevoli di protezione dal bail-in potrebbe ridurre il pericolo di contagio, ma non rimuoverlo del tutto.

Il bail-in rimane comunque un “piano Z”.
Il bail-in è una soluzione “estrema” perché comporterebbe perdite e costi reputazionali. Anche le autorità di vigilanza hanno tutto l’incentivo di evitare round di bail-in, in quanto molto spesso la crisi di una banca oltre a dipendere dalle azioni e dalle strategie della banca, va a dipendere anche dalle autorità di vigilanza per non aver monitorato in modo adeguato al punto di far arrivare una banca alla risoluzione. Quindi, prima di arrivare al bail-in, che è uno strumento applicabile solo quando gli altri non lo sono, devono essere presi in considerazione delle alternative.

Una delle alternative più accreditate è quella di vendere le attività sane ad una bridge bank, mentre quelle deteriorate ad una bad bank per cercare di recuperare il più possibile dalle attività deteriorate.

Esempi di bad bank nel mondo ce ne sono tanti, come ad esempio in Finlandia agli inizi degli anni ’90 e in Corea. Un esempio tutto italiano invece, è avvenuto negli anni 2000 con l’acquisizione del Banco di Napoli da parte di Intesa Sanpaolo. Quest’ultima servendosi della Società per la Gestione di Attività riuscì a recuperare circa il 95% delle esposizioni che avevano causato la fine di una delle banche più antiche d’Italia.

Un caso tutto attuale: la Banca Popolare di Bari.
Negli ultimi mesi dello scorso anno la Banca Popolare di Bari ha subito una grave crisi.
Nonostante la direttiva BRRD e il bail-in, il governo ha messo sul tavolo 900 milioni di Euro, non solo per il salvataggio della banca dei suoi correntisti e del suo azionariato, ma soprattutto per evitare crisi di carattere sistematico e perdita di fiducia nei confronti del sistema bancario.

Le cause di questa crisi? Dalle indagini risulta che in primis, larga parte degli errori sia da attribuire al management. Ma, ovviamente, ci sarebbe anche la complicità di alcuni supervisori di Banca d’Italia che avrebbero permesso all’istituto pugliese di intraprendere attività rischiose. Tra le accuse, che vedonocoinvolto tale istituto, ne arriva proprio una nelle ultime ore: la procura di Bari ha affermato che la banca abbia concesso crediti a decine di società in dissesto, certificandoli in bilancio come sicuri, motivo per cui gli inquirenti stanno ipotizzando il reato di falso in bilancio.

 

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