Secondo il report annuale di KPMG il mercato M&A italiano è aumentato nei volumi ma diminuito nei controvalori. In particolare, le operazioni sono state circa 1000 in confronto alle 991 del 2018, tuttavia il controvalore complessivo ha subito una brusca frenata, fermandosi a 37,8 miliardi di euro.

Fonte: KPMG Corporate Finance

Il peso del settore Financial Services vale il 26% del mercato con un controvalore pari a 10 miliardi. Le operazioni rilevanti interessano Bper, che ha acquisito Unipol Banca per 220 milioni, e Unicredit, che ha liquidato gli asset non più core (partecipazioni di Fineco e Mediobanca). Bisogna segnalare, però, che la situazione M&A nel 2019 è rimasta sulla linea del 2013. Molte operazioni sono state interrotte per un mismatch tra domanda e offerta.

Sebbene il bilancio di fine anno lasciasse una speranza per il super gruppo Bper-Mps-Banco Bpm-Ubi Banca, in realtà ad oggi sembrerebbe poco probabile. Infatti, in questo caso i tempi delle operazioni si allungherebbero per poter attuare prima un derisking dei vari istituti: Mps risulta essere la più problematica con circa 6,9 miliardi di crediti deteriorati (sarebbe 21 miliardi il totale di tutti gli istituti). In generale, questo focus suggerisce lo scenario di fusioni e acquisizioni delle banche di piccole-medie dimensioni, perché, appunto, una possibile M&A potrebbe migliorare la loro redditività. Nessun accordo, di quelli citati, è stato escluso. E sicuramente l’Ops Intesa-Ubi Banca, lanciata da Carlo Messina il 17 febbraio, arriva come “un fulmine a ciel sereno”.

Nei dettagli, il numero uno di Intesa Sanpaolo ha lanciato l’offerta da 4,9 miliardi su Ubi Banca. Questa notizia è arrivata inaspettata dal mercato e da Victor Massiah, AD Ubi, che pochi giorni prima aveva presentato il nuovo piano industriale.

L’operazione di Intesa Sanpaolo-Ubi Banca sarebbe sotto la forma di offerta pubblica di scambio, con la quale Intesa offrirebbe 17 azioni per ogni 10 di Ubi. Secondo quanto affermato da Messina, tale operazione sarebbe utile a creare sinergie per 730 milioni di euro tra due realtà simili ma altrettanto diverse. Intesa Sanpaolo è la prima banca per capitalizzazione italiana, leader in qualsiasi settore, con utili pari a 4,182 miliardi e prospettiva di crescita economica prevista per il 2020 di 0,9. Ubi Banca, invece, con utili in crescita di 352,9 milioni di euro è la terza banca italiana per capitalizzazione.

La fusione prevede l’assorbimento del marchio Ubi Banca e per evitare problemi, Intesa Sanpaolo, ha inserito nel piano due testimoni come Bper e Unipol.

Bper, dato lo stretto legame con Ubi Banca, con la fusione otterrebbe in dote 400-500 sportelli appartenenti ora ad Ubi. Sul settore assicurazioni UnipolSai Assicurazioni, che detiene il 19,7% di Bper, potrebbe rilevare Bancassurance Popolari, Lombarda Vita e Aviva Vita partecipate da Ubi Banca e riorganizzare tutto il ramo assicurazioni.

Se fosse accettata l’offerta, sarebbero previste 2500 assunzioni di giovani con salario pieno. Tuttavia, il piano industriale presentato da Massiah prevedeva circa due mila esuberi che, con la creazione del maxi-gruppo, potrebbero facilmente diventare cinque mila, non potendo fare a meno delle sovrapposizioni dovute alla fusione.

Sul piano dei mercati, il FTSE MIB è l’unico indice che il giorno dopo l’annuncio, il 18 febbraio, ha chiuso in positivo con un rialzo dello 0,41%. I titoli di Intesa Sanpaolo (+2,3%) e Ubi Banca (+23,5%) sono cresciuti entrambi. Normalmente chi compra dovrebbe scendere in Borsa e chi viene comprato dovrebbe salire: è stato così per Ubi Banca che ha guadagnato il 30%, ma anche il titolo di Intesa Sanpaolo è cresciuto.

Anche Unipol (+1,4%) sale. Invece, l’altro protagonista della maxi-operazione, Bper (-10,8%), scende per l’aumento di capitale da attuare per rilevare gli sportelli di Ubi Banca.

Nei giorni successivi all’annuncio Ubi ha valutato l’offerta di Intesa Sanpaolo. Malgrado la potenzialità di diventare il settimo gruppo bancario in Europa, Ubi ha definito l’offerta come «ostile, non concordata, non coerente con i valori impliciti di Ubi e dunque inaccettabile». Messina aveva annunciato che il futuro gruppo poteva «creare valore per gli azionisti di entrambi i gruppi». Gli azionisti in realtà non l’hanno approvato, giustificandosi che Ubi è già una banca sana, redditizia, e soprattutto centrale per il sistema economico italiano quindi non ci sarebbero ragioni di fusione. Ad aggiungersi anche la questione che Massiah, presentando il nuovo piano industriale, si è impegnato in un progetto di medio lungo periodo.

Goldman Sach ha valutato da entrambi i lati l’operazione. Dal lato Intesa Sanpaolo ha un rating sell: valuta 2,20 euro per azione (target price). Dal lato Ubi Banca ha un rating buy: il prezzo obiettivo è di 4,3 euro, sulla base del prezzo delle azioni di Intesa (2,54) in chiusura; il premio offerto è del 23,7% tenendo conto dei dividendi per azione già annunciati da Intesae da Ubi sarebbe del 18,7%.

In conclusione, l’Ops di Intesa Sanpaolo sembra una decisione strategica per entrare in un territorio, quello bergamasco-bresciano, molto ricco e per eliminare Ubi Banca, quale diretta concorrente.

Data l’evoluzione, il sistema bancario italiano ipotizza la prossima fusione Ubi-Banco Bpm o Ubi-Bper. Effettivamente l’offerta di Intesa Sanpaolo creerebbe un grande gruppo bancario europeo, quarto a Hsbc, Bnp Paribas e Santander. Tuttavia, questo farebbe uscire dalla scena tre grandi istituti come Intesa Sanpaolo, Bper e Ubi Banca, che avrebbero potuto essere potenziali investitori in altre iniziative di riassetto del credito. Da alcuni analisti questa operazione è stata vista come un consolidamento di istituti sani e solidi, la cui fusione porterebbe ad incrementare la loro redditività, lasciando però sul territorio nazionale istituti più deboli.

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