A più di un anno di distanza dall’annuncio dei primi dazi la guerra tra Donald Trump e Xi Jinping continua a salire di livello e a spaventare i mercati.

La prima mossa di Washington è stato l’annuncio nel mese di marzo 2018 dell’innalzamento del 25 per cento su circa 50 miliardi di beni di importazione cinese in due tranche, una prima di 34 miliardi (luglio 2018) ed una seconda dei restanti 16 miliardi (agosto 2018), colpendo acciaio, alluminio e innovazione tecnologica. L’obiettivo dichiarato era quello di colpire le aziende cinesi, che producono circa metà dell’acciaio mondiale e quindi di rendere più competitivi i beni americani. Pechino rispose in maniera equivalente colpendo soia, di cui è il principale importatore da sempre, sorgo e maiale.

I grafici mostrano la bilancia commerciale tra Cina ed Usa, ossia la quantità di merci importate ed esportate (in miliardi di dollari) reciprocamente tra le due potenze. Il primo mensilmente ed il secondo annualmente. La Cina esporta negli Usa più di quanto importa, motivo per il quale Trump ha un vantaggio nella guerra siccome ha più margini di manovra.

 

 

Da allora Cina e Stati Uniti si sono reciprocamente imposti dazi sulle importazioni di moltissime merci: gli Stati Uniti hanno detto di averlo fatto come “sanzione” nei confronti della Cina – accusata di furto di proprietà intellettuale e pratiche commerciali scorrette – mentre la Cina lo ha fatto come risposta ai dazi statunitensi.

Successivamente Trump ha annunciato nuove tariffe del 10 per cento su quasi la metà dei beni importati dalla Cina per un valore di 200 miliardi, minacciando che sarebbero state alzate al 25 per cento se Pechino non avesse cambiato le politiche commerciali.

Pechino aveva detto che avrebbe reagito all’ultima mossa di Washington con dazi contro 60 miliardi di dollari di importazioni americane.

Per Trump le trattative procedevano troppo lentamente e con due tweet che domenica 5 maggio Trump ha annunciato la decisione della sua amministrazione di aumentare le tariffe dal 10 al 25 per cento sui 200 miliardi di beni cinesi e che verranno imposte nuove tariffe del 25 per cento su altri 325 miliardi d’importazioni. L’annuncio ha sorpreso Pechino e mette in pericolo i negoziati. Inoltre, ha causato grosse perdite sulle borse di tutto il mondo, le principali borse internazionali hanno perso dai 2 ai 6 punti percentuali.

Lo ha dimostrato anche l’indice Vix, che è passato da 12,87 a 18,8 in un solo giorno, per poi scendere e risalire sopra 20 nei giorni successivi. Fa capire come il presidente americano possa, anche senza volerlo, minacciare la stabilità dei mercati finanziari ed aumentare la volatilità nonché la “paura” degli investitori. Va considerato anche il fatto che le posizioni corte su tale indice sono da record, infatti è stata costruita la speculazione ribassista di dimensioni mai viste prima. Può bastare poco per invertire il trend, l’aumento della volatilità potrebbe invertire la speculazione, che a sua volta farebbe ulteriormente aumentare la volatilità facendo percepire rischi in aumento al mercato, inducendolo a vendere in Borsa, con conseguenti ribassi borsistici. Naturalmente non è un’oscillazione giornaliera dell’indice a far temere un effetto domino, ma a far riflettere è proprio la velocità del rialzo in seguito a tali comunicazioni.

Fig: Vix price history

Nota: Il Vix è un indice che è calcolato considerando i prezzi delle opzioni dell’indice S&P 500 ed è quindi un indicatore della volatilità implicita del mercato. Infatti, il prezzo delle opzioni sale al crescere della volatilità del suo sottostante, perciò un valore elevato del Vix indica maggiore volatilità dei titoli, e questo è il motivo per cui è chiamato anche “indice della paura”.

La soglia critica al di sopra della quale è associato uno scenario di alta tensione sui mercati, solitamente associato ad un ribasso dei prezzi, è oltre i 30. Sostanzialmente, quando gli operatori hanno paura di un calo dei mercati, viene stimolata la domanda di opzioni al fine di copertura con conseguente aumento della volatilità implicita e valore del Vix.

Ammonterebbe a circa 550 miliardi di dollari l’ammontare di prodotti cinesi colpiti da Trump. I nuovi dazi si applicano, infatti, a quasi 6.000 articoli, incluse borse, riso e tessuti, i condizionatori d’aria, le candele di accensione dei motori, il mobilio e le lampade, pc e componenti tech. Il rialzo dei nuovi dazi è stato concepito per essere graduale; ora, per la prima volta, i dazi colpiscono direttamente i consumatori visto che ad essere presi di mira sono prodotti usati tutti i giorni.

Tuttavia, la Cina aveva già annunciato rivalse per 60 miliardi di dollari con aliquota fino al 25 per cento dal primo giugno 2019. La Cina però importa prodotti americani in misura inferiore a quelli cinesi importati dagli Stati Uniti, i suoi spazi di manovra in termini di tariffe imponibili sono limitati. Per questo la sua arma potrebbero essere ostacoli alla vendita di componenti, attrezzature e materiali essenziali per le aziende americane.

Così dopo il primo giugno che la guerra dei dazi fa un importante passo in avanti. La Cina, con un breve comunicato, ha confermato l’imposizione delle tariffe al 25, al 20 ed al 10 per cento su una lista di 60 miliardi di beni americani, mentre contemporaneamente scattano le tariffe decise da Trump agli inizi di maggio sui 200 miliardi di beni cinesi.

La Cina ha anche alzato i toni contro il rivale sia per quanto riguarda la relazione commerciale, sia sul piano tecnologico, dove questa guerra sembra stia andando a metter radici, dopo il bando di vendita di componenti alla Huawei, con motivazione di rischi di spionaggio informatico.

Dopo aver terminato i colloqui il 10 maggio, nonché data dell’annuncio dell’innalzamento delle tariffe, non ne sono previsti altri al momento.

Ora non resta altro che aspettare per capire chi avrà la meglio. Senz’altro Trump con la sua fama tra i più grandi negoziatori al mondo potrebbe rendere efficace la sua strategia nel breve periodo, ma nel lungo? Quali potrebbero essere i possibili rischi? Avendo, l’America, decentrato per decenni la produzione industriale sia in Cina che in tutta l’Asia con cosa li sostituiranno se loro non li producono o li producono in maniera limitata?

Nel frattempo, c’è da considerare anche il fatto che la divisa cinese si sta svalutando nei confronti del dollaro, da quando è iniziata la contesa è scesa del 9% circa, svalutazione che rende più competitive le merci cinesi esportate negli Usa e nel resto del mondo. Tuttavia, è anche evidente che la svalutazione dello yuan derivi anche da una fuga di capitali dalla Cina che si rifugia nel classico dollaro.

Nell’ultimo anno Pechino sta riducendo progressivamente il portafoglio di T-Bond americani, ma l’arma del debito usa potrebbe essere sterile visto che il governo Usa troverà sempre, come infatti sta facendo ora, acquirenti.

 

Fig: China Renminbi per U.S. Dollar

Source:Data provided by FactSet

Leave a Reply